Misteri e progetti dei Ferrero francesi temuti dall'Italia
Attenti allo yogurt: rischia di essere assai più pesante di quanto non sembri. E’ il consiglio che il Financial Times dà a General Mills, il colosso americano che ha appena messo un’ipoteca sull’acquisto della francese Yoplait suscitando le perplessità del governo parigino. Attenti allo yogurt, si sono detti ieri operatori ed analisti finanziari che, a sorpresa, hanno venduto azioni Parmalat a piene mani
17 AGO 20

Attenti allo yogurt: rischia di essere assai più pesante di quanto non sembri. E’ il consiglio che il Financial Times dà a General Mills, il colosso americano che ha appena messo un’ipoteca sull’acquisto della francese Yoplait suscitando le perplessità del governo parigino. Attenti allo yogurt, si sono detti ieri operatori ed analisti finanziari che, a sorpresa, hanno venduto azioni Parmalat a piene mani. Tutto per colpa (o merito) del monito di Giulio Tremonti, intenzionato ad alzare il disco rosso nei confronti dell’ennesima incursione transalpina nell’economia, stavolta ad opera di Lactalis, il colosso dell’alimentare francese che, per la verità, già vanta una lunga familiarità con il mercato di casa nostra visto che, attraverso marchi come Locatelli, Invernizzi, Cademartori e, soprattutto, Galbani, già produce un formaggio su quattro che arriva sulle tavole degli italiani.
Un gigante da quasi 11 miliardi di fatturato, la terza potenza del formaggio nel mondo, la prima in Europa che vanta più di un’analogia con il gruppo Ferrero, in pratica l’unico possibile cavaliere bianco che può schierare il made in Italy. Sia Lactalis che l’azienda di Alba, tanto per cominciare, sono controllate al 100 per cento dagli eredi del fondatore. Ovvero, per quanto riguarda l’impero del formaggio (ma che oggi controlla tante altre cose, compresi due marchi di pizze surgelate in America) la stirpe di André Besnier, bottaio di Laval in Normandia, che il 9 ottobre del 1933 decise di cambiar mestiere passando alla produzione del Camembert. Sarà una combinazione, comunque più o meno negli stessi anni nella bottega di nonna Pierina, prima ad Alba e poi a Torino, in casa Ferrero prendeva forma quella ricetta di cioccolato alla nocciola che avrebbe fatto la fortuna della famiglia nell’Europa del Dopoguerra, affamata di consumi. Ma per assistere al decollo ci voleva una nuova generazione capitanata, guarda la combinazione, da Michel in quel di Laval, ancor oggi il cuore dell’azienda, e da Michele ad Alba. Corre il 1964 quando il nuovo leader di casa Ferrero dà vita al marchio Nutella. Quattro anni dopo, mentre la Sorbona è in fiamme, Michel fa il capolavoro del suo ’68: il Camembert pastorizzato, scaldato fino a 72 gradi allo scopo di eliminare del tutto i germi che ne rendevano così difficile la trasformazione e il trasporto. Un trionfo, salutato da un nome che solo un francese poteva concepire: Le Président, in omaggio a Charles De Gaulle, che aveva cantato l’elogio della diversité de la France, la terra dei 365 formaggi.
Per carità, i Besnier (come i Ferrero) se ne stanno ben lontani dalla scena pubblica: mai una dichiarazione, mai una foto. E informazioni finanziarie con il contagocce: si sa che il gruppo fattura poco più di dieci miliardi, conta 126 stabilimenti in cui lavorano 38 mila dipendenti. Altra analogia lungo l’asse Alba-Laval: entrambi i gruppi mantengono stretti legami con il territorio d’origine, dove Michel ha edificato Lactopolis, il più grande (o forse l’unico) museo al mondo dedicato al latte, ma entrambi hanno preso domicilio in Belgio, vuoi per motivi fiscali, vuoi per sfruttare meglio la vocazione europea. Tante analogie, una differenza: Michele Ferrero, che pure ha delegato la guida operativa ai figli Giovanni e Piero, resta il capo carismatico delle strategie di Alba. Michel Besnier, l’uomo del decollo industriale, ahimè, è deceduto all’alba del Duemila, lasciando così il bastone del comando a Emmanuel, il primo dei tre figli (l’unico con incarichi operativi in azienda). Ed è stato Emmanuel a guidare l’impero del Camembert verso nuove avventure. Chissà, forse è questa la strada obbligata anche per i Ferrero della terza generazione.